venerdì 25 maggio 2012

Canada: arriva il penny elettronico - un rivale per bitcoin?


Non c’è più solo il bitcoin. Anche qualche governo comincia a pensare che forse la moneta elettronica ha un futuro...

Il governo canadese sta per lanciare il Royal Canadian Mint, una moneta elettronica che consente di effettuare pagamenti e scambio di valuta tra singoli cittadini, più veloce e più economico rispetto ai privati (carte di credito e Paypal).
Col MintChip invece di usare bancomat e banconote i canadesi potranno comprare una microsd per il telefono o una chiavetta usb per il computer e caricarla con valuta elettronica; i soldi potranno essere trasferiti a qualsiasi altra scheda del sistema riservatamente e senza costi.
Non è il primo esempio – fanno notare gli specialisti di Txchnologist - di monete elettronica: nel ’66 era uscita la Chipknip in Olanda, seguita da Proton in Belgio; ma prodotti e gestiti da compagnie private. Qui invece è direttamente il governo che si fa carico della moneta elettronica, ancorata al dollaro canadese con cui viene scambiato alla pari. Pochi giorni prima, lo stesso governo aveva tolto dalla circolazione il penny, l ‘antica moneta spicciola canadese.
Hanno anche indetto un concorso per sviluppare apps e interfacce grafiche per MintChip. A settembre saranno giudicate da utenti e esperti, incluso il vicepresidente del ramo pagamenti di Google e - segno dei tempi - il primo premio di cinquantamila dollari verrà pagato in oro.
Ma siamo diventati scandinavi?
Chi fa più ricerche, su internet, sulla parola “bitcoin”? Scandinavi, australiani e… italiani, secondo Google Trend. L’italiano, a maggio, è stata la seconda lingua più usata e le città più “curiose” (di bitcoin) sono state Milano e Roma.

Africa e bitcoin
Lo sviluppatore Rüdiger Koch, consulente di Intersango (trader londinese) è intevenuto al Mobile Money Africa di Lagos in Nigeria. Ha spiegato che bitcoin è "un sistema solido di pagamenti a basso costo per chiunque abbia un telefono con una videocamera." Ha poi visitato ambasciate di paesi africani a Berlino per introdurre la nuova moneta ai rispettivi governi.
Economie in forte crescita come Kenya e Nigeria dipendono in larga misura da transazioni in contante, specie nelle aree rurali, senza bancomat e con pochi depositi bancari. Da ciò il successo in Africa dei pagamenti via cellulare, col sistema keniano M-Pesa che permette agli utenti di mandare moneta attraverso sms. In questo quadro, Kock propone pagamenti mobili con bitcoin, ancora più efficaci. Un sistema decentralizzato come bitcoin può infatti superare i confini nazionali evitando interruzioni come quelle di M-Pesa a dicembre.
"Pochi conti in banca, tanti telefonini – osserva Tonny Omwansa dell'Università di Nairobi, autore di un libro su M-Pesa - Perciò i pagamenti mobili hanno tanta importanza". Anche se, aggiunge, c’è il rischio di "dipendenza da un fornitore monopolistico": che Bitcoin – ribatte Koch – potrebbe appunto scongiurare. L’argomento viene approfondito su Technology Review, la rivista de Mit. 
 
Segreto bancario: a chi serve
Da un documento dell’Fbi su Bitcoin, rilasciato il 24 aprile, risulta che l'agenzia federale si preoccupa dei ladri di moneta presso gli intermediari, e dell’impossessamento di computer in remoto tramite virus e malware, più che di un preteso anonimato di Bitcoin.
Rispetto al segreto bancario Bitcoin è infatti molto più trasparente. Prima della crisi del 2008 in Usa nessun governo aveva tra le sue priorità gli “stati canaglia" finanziari, i paradisi fiscali, e il segreto bancario. Adesso, in piena campagna presidenziale americana, il ministro delle finanze svizzero è diventato il “nemico numero uno” dei banchieri per essersi arreso alle pressioni di americani, tedeschi, inglesi (e perfino italiani) impegnati a dare la caccia al denaro degli evasori fiscali nascosto nelle banche elvetiche. Per la prima volta il governo svizzero ha messo in discussione il tabù nazionale, il segreto bancario: e questo ai banchieri non è piaciuto.

E Repubblica scoprì il Kindle
Repubblica scopre l’ebook e balza subito in testa nel Kindle Store, con un instantbook sulla Lega Nord, scavalcando i bestseller tradizionali, gli economici di Newton e di altri editori, e tutta una serie di altri instant (per mesi è stato in testa un libro dall'accattivante titolo "La terza guerra mondiale, Monti e le banche") e romanzetti erotici autoprodotti.
Su Kindle fino a pochissimo tempo fa c’era solo La Stampa (e il Corriere ma disponibile stranamente solo negli Usa), mentre Repubblica puntava decisamente sull’iPad di Apple. Adesso a quanto pare s’è ricreduta.
L'idea di pagare abbonamenti per ricevere notizie reperibili o aggregabili facilmente gratis, non ha ottenuto gli effetti che Apple e gli editori speravano; si era diffusa l'idea che bastava vendere il pdf già pronto per sentirsi duepuntozero (anche in Usa sono pochi gli editori di periodici che hanno venduto molto qu queste basi).
I libri o gli articoli lunghi sono invece adatti alla lettura riposante degli ebook reader. Su "I Siciliani giovani" a dicembre parlavamo dello schermo a colori con tecnologia E-ink (“Triton”), e accennavamo al suo rivale, con in commercio, con tecnologia Mirasol (che lasciò a bocca aperta coi prototipi oltre un anno fa). Gli ebook reader sono ottimi anche per fumetti e foto, e guadagnano terreno rispetto ai più propagandati sistemi targati mela. Adesso sono venduti in un diffusissimo e tascabile modello da sei pollici, e in uno da quasi dieci pollici, ideale per testi di studio e pdf A4. La differenza di prezzo è notevole e lo sarà per almeno tutto quest'anno (a meno che qualche produttore non voglia movimentare questo mercato). Prepariamoci quindi a riviste a colori in formato A5, in tasca e non in borsa. Adesso lo scopre anche Repubblica, ed è un buon segno.


LINK:
Bitcoin cerca nuova vita in Africa – Technology Review, Mit – 21 marzo 2012
Il trend della parola bitcoin su google
Fbi: il documento su bitcoin è autentico ma non l'abbiamo rilasciato noi
Documento Fbi su bitcoin – in inglese
Kyobo Mirasol Color e-Reader
MintChip la moneta elettronica del governo canadese - in inglese


sabato 28 aprile 2012

Monete elettroniche. A chi fa paura il bitcoin?


Ogni tanto sui principali quotidiani leggiamo che la moneta elettronica (libera dalle banche e dalle multinazionali) è una cosa terribile, usata da criminali d'ogni genere per sfuggire alla polizia. Sarà vero?

Esattamente un anno fa i quotidiani italiani hanno scoperto Bitcoin, che ormai aveva raggiunto una certa notorietà. Il tipo della scoperta si capiva dai titoli (Repubblica: “La moneta degli hacker e della Cia”). Allora un bitcoin valeva cinque dollari, dai pochi centesimi dell'anno prima.
L'economia ufficiale, contemporaneamente, cominciava a dibattersi sulla crisi del dollaro.
Un mese fa, all'improvviso, la campagna ricomincia: “L'Internet segreto delle mafie dove si paga con soldi virtuali”... Parliamo di campagna perché, come l'anno scorso, viene lanciata contemporaneamente dai principali giornali.
Questo dell'”internet mafioso” era un titolo de La Stampa, ma anche gli altri non scherzavano. Repubblica: “Sesso, droga e armi: la faccia cattiva del web” (“se Bin Laden avesse avuto Bitcoin avrebbe potuto comprare qualunque arma...”). Corriere: “Il web senza regole dove tutto è possibile” (e video di un hacker incappucciato e coi guanti che scrive al computer).
Qualcuno (ancora Corriere) scopre un “assassination market”: che però non è un mercato di killer ma un "prediction market" in cui si piazzano scommesse (come in “Profondo Blu” di Jeffrey Deaver) sulla morte di personalità famose.
Il dollaro, nel frattempo, aveva trascinato nella crisi anche l'euro, e la maggior parte delle banche, mnentre il bitcoin continuava a godere di ottima salute.
Una settimana fa, Repubblica.it apre con un “Bitcoin, la criptomoneta digitale anonima e sganciata dalle banche“, più “ragionevole”, meno urlato ma insistito “sui pagamenti virtuali di armi e droga”. Un articolo non firmato, e involontariamente eloquente dove depreca che così chiunque può “diventare una piccola banca” e slegarsi dai tradizionali processi economici come l'inflazione, le tasse, le commissioni, i vincoli delle banche”.
Le banche, già.

Ma come stanno le cose? Il punto più interessante è che nessuno di tutti questi articoli, pieni di allarmi-bitcoin su mafia, trafficanti d'armi e criminali d'ogni genere cita la caratteristica più importante (dal punto di vista “poliziesco”) del bitcoin: il bitcoin è tracciabile. Ogni singolo bitcoin, ogni transazione, porta la firma indelebile di chi l'ha fatta. Una firma elettronica, prodotta automaticamente dal software, e facilmente accessibile agli hacker e alle polizie di tutto il mondo. Altro che moneta nascosta: è come se su ogni singola banconota da un dollaro ciascuno, a ogni passaggio, dovesse mettere la propria firma, come in un passaporto. Non esattamente la moneta ideale per chi ha qualcosa da nascondere – neppure per chi da nascondere ha molto, come certe grandi banche.
Bitcoin – accusano Corriere, Repubblica e altri – è la moneta usata su Silk Road, un sito di transazioni illegali nascoste a tutti. In realtà il problema in questo caso non è Bitcoin, ma il software di anonimato usato su Silk Road.
Si tratta di è Tor (The Onion Router), originariamente sponsorizzato dal laboratorio di ricerca della marina americana e dagli avvocati per le libertà civili dell'Electronic Frontier Foundation. Utilizzato dai dissidenti in Iran e più di recente in Egitto, è anche efficace contro i tentativi di restrizione imposti ai provider (come in Francia).
L'Italia è al quarto posto al mondo nell'uso di Tor, che tecnicamente è un normale programma che si installa come tutti gli altri e la pagina di Silk Road, inaccessibile senza Tor, è visibile persino da wikipedia.
L'otto giugno Reuters riporta una lettera alla Dea (l'ente antidroga americano) di due senatori Usa (Manchin e Schumer) su Silk Road e bitcoin. La Dea risponde – distinguendo opportunamente i due soggetti - che Su Silk Road ci sono difficoltà tecniche, ma su Bitcoin non è emerso niente di rilevante.
Dal team di sviluppo di Bitcoin precisano (a firma di Jeff Garzik che Bitcoin non è anonimo come i critici di Silk Road vogliono far credere.“Tutte le transazioni – spiega - sono registrate pubblicamente e le forze dell'ordine, con metodi sofisticati, possono risalire ai singoli utenti che usano bitcoin. Appena il programma viene installato ogni utente infatti scarica l'intera catena di transazioni, dal primo giorno di attività di Bitcoin, chiamata Blockchain”.
Un semplice utilizzatore di bitcoin insomma vede solo numeri e lettere che compongono gli indirizzi da cui ricevere o inviare moneta; ma un esperto – sia esso un comune hacker o un investigatore della polizia - può recuperare informazioni incrociate dalla blockchain pubblica e ricostruire quindi ogni singolo movimento.

 

LINK

martedì 3 aprile 2012

Stanno pensando ai ”Google bucks”



Cioè “googledollari”. Ne ha parlato il megamanager di Google, smentendosi subito. Ma...

Nella principale fiera tecnologica europea, il Mobile World Congress, che si è svolta in Spagna, dal tre al sei marzo scorso, durante la conferenza stampa a chiusura dell'evento, Eric Schimdt, ex amministratore delegato di Google negli anni d'oro della compagnia dal 2001 al 2011, e ora presidente, ha fatto delle dichiarazioni sorprendenti.

Schmidt ha infatti dichiarato ufficialmente che Google l'anno scorso ha preso in considerazione l'idea di creare una propria moneta elettronica sul modello del Bitcoin. Ed ha espressamente citato il peer-to-peer (P2P) di cui Bitcoin finora è l’unico esempio concreto.
Ma perché non vediamo già in giro i dollari elettronici di Google (o magari di Amazon, Apple o di qualche altra megacorporation del digitale)? "Abbiamo sospeso il progetto - ha risposto Schmidt - perché per ora secondo molte leggi valutarie, in diverse parti del mondo, il sistema sarebbe illegale". Il Wall Street Journal aggiunge che gli avvocati di Google probabilmente si riferiscono anche agli stessi Stati Uniti: molti servizi infatti debuttano o rimangono confinati in Nordamerica (Pandora Radio, Google Music, Netflix).
Google peraltro ha già sviluppato sistemi di pagamento via smartphone, con la tecnologia NFC presente nel Galaxy Nexus S, e un sistema rivale di Paypal, Google Wallet. Google ha anche un "bug bounty": chiede ad hacker e sviluppatori di segnalare buchi di sicurezza nei suoi servizi. Il programma paga coloro che hanno contribuito a segnalare problemi significativi, sono stati spesi oltre settecentomila dollari in premi.
La questione della sicurezza per le transazioni finanziarie è un problema che non si può trascurare, e Google Wallet qui ha avuto i suoi problemi. Bitcoin – che funziona, è gratuito e non ha costi di intermediazione – nonostante i buchi dei singoli siti che hanno a che vedere coi Bitcoin (la seconda borsa di Bitcoin per volume, Tradehill, è stata chiusa dai fondatori dopo aver subito un furto di più di centomila dollari) l’infrastruttura e la rete si sono mostrate in questi anni inattaccabili.
Qualche tempo fa The Good Wife - una serie tv del genere giudiziario - in un episodio dedicato al Bitcoin (Bitcoin for Dummies) ha diffuso ulteriormente la conoscenza della moneta elettronica fra il grande pubblico, tra il didascalico e il divertito, e qualche ammiccamento d’attualità alle presunte connessioni coi contestatori di Occupy Wall Street.

L’intervento di Schmidt:
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=4DKLSO8wYzk
I “buchi” di Google Wallet
http://www.itworld.com/mobile-wireless/248596/even-after-rewrites-google-wallet-retains-gaping-security-holes-mainly-due-an
Recensione dell’episodio Bitcoin for Dummies della serie tv The Good Wife 3x13
http://www.programmaludovico.com/2012/01/good-wife-3x13-bitcoin-for-dummies-meet.html


mercoledì 22 febbraio 2012

I Nuovi Stati: come cambia il mondo



Apple entrerà nel G-20?
I NUOVI STATI: COME CAMBIA IL MONDO

Apple ha più dollari di Obama. In soldoni, è la notizia del Guardian di due settimane fa, secondo cui nelle casse di Apple c'è un patrimonio annuale netto (denaro disponibile) superiore a quello del governo degli Stati Uniti.

Coi suoi 468 miliardi di dollari di capitalizzazione, d'altra parte, Apple ha già superato (come valore azionario) il prodotto interno lordo di uno Stato di media importanza come il Belgio. Se Apple fosse uno Stato – e non è detto che non lo sia – entrerebbe a pieno diritto nel G20, l'insieme delle venti nazioni più industrializzate del mondo. Non ci entrerebbe da sola. La sola Exxon vale già quattrocento miliardi di dollari. Google centonovantasei.
Ci sono diversi nuovi Stati, nuovi imperi; vassalli che diventano re. Con le loro eserciti, le loro bandiere. Sono tutti attentissimi ai simboli ed agli stendardi: gli stemmi – chiamati loghi - dei nuovi stati sono onnipresenti. Ciascuno di loro ha il proprio motto (“Think different”, “Dont'be evil”...)  analogo a quelli (“E pluribus unum”, “In God we trust”) delle nazioni tradizionali.
La nazione Apple possiede – se parliamo di eserciti – ben 63mila dipendenti, di cui 43mila negli stati Uniti. Pochi, rispetto alla Royal Navy o al Corpo dei Marines, o anche (come fa osservare il New York Times) rispetto ai 400mila dipendenti della General Motors anni '50 o a quelli di General Electric anni '80. Ma ciascuno di questi dipendenti ha fruttato alla Apple, nell'ultimo anno, più di 400mila dollari (“più di Goldman Sachs, Exxon Mobil o Google”, chiosa il N.Y.Times). E soprattutto ad essi si affianca una marea di collaboratori in subappalto, quasi tutti asiatici: più di settecentomila. Un'orda. E qui i paragoni non vanno fatti più con le nazioni moderne, ma direttamente con Gengis Khan e con Tamerlano.
Le fabbriche di Foxconn in Cina (cioè i principali subappalti) hanno dimensioni galattiche, da città-stato. La più grande, a Shenzhen, chiamata – ovviamente - Foxconn City, secondo le stime più prudenti possiede 230mila operai (altri dicono 300 o anche 450mila). La maggior parte lavora sei giorni a settimana per dodici ore al giorno, per diciassette dollari al giorno. Molti alloggiano nei dormitori adiacenti. Una buona parte  lavora di notte. Nella cucina centrale si cuociono tre tonnellate di maiale e quattordici di riso al giorno. Ci sono trecento guardie per “smistare il traffico” nelle strade.
Nel giugno 2010, dopo una serie di suicidi fra gli operai Foxconn, Apple venne chiamata in causa per rispondere delle condizioni di lavoro di queste fabbriche. Con molto understatement, Steve Jobs in persona dichiarò che "hanno ristoranti e piscine... Per essere una fabbrica, è una fabbrica piuttosto bella".
Da quell'ondata di suicidi in poi, se vuoi lavorare in Foxconn devi firmare una clausola aggiuntiva in cui ti impegni a non suicidarti, pena ritorsioni legali verso la tua famiglia. Devi inoltre partecipare, con la maglietta I-Love-Foxconn, alle manifestazioni in cui si inneggia alla compagnia e lavorare senza suicidarsi. E in ogni caso, dal giugno 2010 in poi sono state installate reti antisuicidio dappertutto.
"Non sarà il 1984 di Orwell" prometteva (ricordate?) la Apple, quando lanciò il primo Mac nell'84.
Beh, Orwell non prevedeva l'uso di robot per sorvegliare i prigionieri, nel suo romanzo. Nella Corea del Sud invece il governo ha annunciato (magari non c'entra niente, ma insomma...) che in futuro le carceri saranno sorvegliate da appositi robot che - come ci annuncia Repubblica - "hanno occhi grandi, un simpatico sorriso stampato, e sono capaci di parlare”.
Sempre in Corea, è in costruzione anche la disneyland dei robot. E la solita Foxconn già mesi fa ha annunciato la costruzione - da parte di essere umani - di una fabbrica di automi.
* * *
Mercati. Nel 2011 tablet e smartphone hanno quasi raggiunto i computer (portatili di tutte le taglie e fissi). I processori Arm stanno quindi superando gli Intel. Fra i sistemi operativi Android, con Kernel Linux o Apple iOS sta soppiantando Windows.
 Il tablet indiano proposto a 35 dollari con aiuto governativo per allevare una generazione di programmatori è una risposta autoctona ai computer di Negroponte e di Intel. Il processore per Android, interamente realizzato dalla cinese Icub che integra processore e scheda grafica in consumi ridotti mostra i progressi della Cina nel campo tecnologico, non solo come fucina ma anche come sviluppo e ingegnerizzazione di dispositivi e componenti.
 * * *
 Note sparse. Foxconn ha oltre un milione e trecentomila di lavoratori, e oltre ad essere in Cina, di cui è primo esportatore, è sparso un po' ovunque: è il secondo esportatore della Repubblica Ceca; ha fabbriche in Messico, dove produce per Motorola e Cisco. Iniziò nel 1974 producendo connettori in plastica (si possono trovare nell'Atari 2600) e poi schede-madri per computer. Adesso produce per ditte americane (Apple, Amazon, Dell, HP, Intel), orientali (Samsung, Sony, Nintendo, Toshiba, Acer) ed europee (Nokia).
* * *
Ancora Apple. L'ex sindaco di San Francisco, il 77 enne avvocato nero Willie Brown, a dicembre aveva esortato i manifestanti di “Occupy” della sua città a protestare contro Apple piuttosto che contro l'amministrazione del suo partito; erano già nell'aria le manifestazioni degli Occupy Apple contro l'iper-sfruttamento dei lavoratori cinesi. Seguite, mediaticamente, da “accuratissimi” controlli interni di Apple sulle fabbriche Foxconn. I “controllori” dopo un giorno di visita guidata nelle fabbriche, dichiarano che in Foxconn si sta meglio che delle altre fabbriche cinesi.
Le previsioni degli analisti sul valore di Apple sono di ulteriore crescita (quelli stessi analisti prevedevano una discesa delle azioni, dopo la morte di Steve Jobs, che non è successo) ma con la quotazione di Facebook (la più grande IPO della storia, il 5% delle sue azioni, per un valore stimato della compagnia di 100 miliardi, 30 volte il fatturato, 80 volte gli utili) si legge la parola “bolla”
  
LINK:

sabato 28 gennaio 2012

On the road col Bitcoin

 

A qualcuno è venuta l'idea di fare il classico coast-to-coast negli States senza un dollaro in tasca, solo con moneta elettronica. Proviamo ad accompagnarlo?

Ancora sulla strada. Non sarà la Old Historical Route 66, ma è sempre una traversata costa a costa. In queste strade così rettilinee per chi viene dall'Europa, dove si può indifferentemente superare a destra o a sinistra: ma i limiti sono ferrei, non come in Germania, con autostrade senza limiti di velocità o la lotteria delle multe come in Italia.
Costa a costa si diceva, questa volta senza soldi nè cibo nè carburante, usiamo solo i bitcoin - una moneta elettronica calcolata come le sue transazioni con la potenza di tanti computer connessi in rete - per tutte le spese del viaggio il BitcoinRoadTrip.
Accompagnamo Plato, ideatore e protagonista di questo viaggio, una persona comune, ma convinta che basti poco a cambiare profondamente le cose; lui si definisce un po' enfaticamente su Twitter “un sovversivo che combatte le ingiustizie a San Francisco”. In viaggio Dal Connecticut a Los Angeles, passando da New York, Washington, Petersburg, Durham, Charlotte, Atlanta, Austin, Denver... l'America di Philip Dick, di Kerouac, di Burroughs.

In cerca di carburante, di compagni di discussione, e di divani lungo le città del viaggio, abbiamo incontrato gente entusiasta e incuriosita; abbiamo incontrato gente entusiasta e incuriosita; negli Stati Uniti il denaro assurge a qualcosa di sacro, qui la povertà è un infamia. Il denaro in ogni sua forma - le banche, l'oro - fa brillare gli occhi.
Ma quando si paventa o si spera che il sistema cambi o crolli, anche qui, come i russi di cui parla Dostoevskij, davanti all'incendio la gente s'immobilizza profondamente affascinata. Alcune frasi confuse, raccolte a caso, per lo più fra nerd, ma alcune fra gente comune:
“Qui da noi nello Utah il governatore vuole monete d'oro”.
“Bitcoin? Anche qui ho paura dei monopoli. C'è un ristretto numero di gruppi, come i cambiavalute e i gruppi per “minare” la moneta, che riescono ad accumulare ricchezze faraoniche rispetto alle briciole degli altri.
“I 1600 miliardi di dollari dati da Bush alle banche”
 “Ecco perché quello che chiamano crisi gli è esploso in faccia: le banche saranno fallite per la finanza tossica, ma anche nel prendersela con la propria gente; pignorare talmente tanti immobili da far crollare il valore della casa... Non poteva essere rieletto questo è stato il suo colpo di coda”
“In Usa le multinazionali non pagano tasse. Vedi le tasse a forfait di Amazon in California. O Romney, il milionario mormone candidato alla presidenza, che da favorito è stato acciaccato dal rivelare nei dibattiti di pagare il 12% di tasse”.
 “Tenteranno di rendere illegale anche il bitcoin”.
 “Semmai c'è Tor, il sistema per rendere anonimi gli utenti, quello sviluppato dalla Us Navy. O i Virtual Private Network, che usano un intermediario impegnatoa non rivelare i dati degli utenti. Pensa al Pirate Party svedese”.
“Vedi come ne parlano i giornali, del bitcoin, ne hanno una paura fottuta”.
“I giornali economici l'hanno preso sul serio”
“L'interesse sembra si sia scatenato per lo scenario tendenzialmente deflattivo del bitcoin”
“Il Nobel per l'economia Krugman, da buon neo-keynesiano, ha messo in luce che se la ricchezza prevista del bitcoin è sempre crescente non verrà utilizzato per commerciare ma per conservarlo... lo scenario deflazionistico dell'oro, contrapposto allo stampar moneta”
“C'è il vecchio Ron Paul a parlare di bitcoin”
 “Che gli Occupy Wall Street facciano perdere la rielezione a Obama come gli Indignados in Spagna con Zapatero mi sembra strano”
 “Difficilmente sarà visto diverso da Wall Street dagli elettori contadini. E poi, mentre lui dice di voler smussare il Patrioct Act il suo partito vuole approvare il Sopa e il Pipa (antipirateria e controllo degli utenti - ndr) ”.
 “I federali hanno chiuso Megaupload (il tredicesimo sito più trafficato al mondo, con servizio di file sharing e anche streaming, à la Youtube) lo stesso giorno in cui i promotori di Sopa e Pipa annunciano un passo indietro, visto che i candidati repubblicani erano preoccupati e Obama minacciava il veto".

Sulla strada per Bose, ci fermiamo in una stazione di servizio già vista nei romanzi.
Una ragazza grassa e molle. Flemmatica e sudata porge la tazza facendola scorrere sul tavolo. Venderanno più birre che colazioni? No, più facilmente avrà lavorato dietro un altro bancone, di birra invece che di torte e caffè.
- Salve, siamo qui per l'offerta Groupon; vorremmo pagare in bitcoin
- Bene, allora avete il tre per cento di sconto, siete qui per la peperonata di cozze?
Così diceva l'insegna viola lampeggiante: Torte da Eddy. Plato era seduto a un tavolo da dieci minuti, assonnato ma attivo, intento ad armeggiare col materiale elettronico di routine, un netbook e un Android come modem...
- 'Giorno, Plato - Una voce di ragazza lo fece sussultare. La cameriera di Eddy, piccola e con gli occhi neri - State già sognando a occhi aperti così presto?

Il bitcoin, dato già per morto dopo la bolla estiva (3-4 dollari a maggio, quasi 30 dollari in estate, di nuovo 3 a ottobre) ha chiuso l'anno a 7 dollari, 1400 percento più dell'anno prima, quando si partiva da briciole di cent. Il valore dell'oro sul dollaro è passato nel 2011 da 1300 a 1600 dollari l'oncia.
E mentre rivediamo il percorso su Google Maps, pianificando un viaggio non virtuale, ecco che qualcuno lo sta fa­cendo davvero, il giro del mondo in bit­coin. E magari in questo momento, in qualche drugstore del Colorado, sta parlando di noi, dell'Italia...
 “Anche in Italia è così, la sinistra inve­ce di far politiche di disavanzo a favore di scuole, ospedali, servizi pubblici, re­gala persino acqua e monopoli naturali ai privati e mette piccole pezze al bilancio. La destra...".
Il vociare si moltiplica, non si fanno impressionare dai politici italiani in sè, ma dal fatto che non si dimettano quando c'è un “scandalo”, un somethingate: questo ai loro occhi dimostra che l'Italia non ha burocrati adeguati. E gli scudi fiscali che premiano i ladri (tas­sando al 5, o in realtà all'1 per cento, ciò che andrebbe interamente recuperato se ille­gale, o tassato al 40 come in Usa o Germania) secondo loro vuol dire semplicemente che  l'attivi­tà produttiva in Italia è ormai intesa come un hobby sostanzialmente estraneo all'economia reale.

LINK:
Il percorso del viaggio su Google maps:
http://tinyurl.com/3qnt5u2
Bitcoin si apprezza sul dollaro del 1473 percento nel 2011:
http://www.economicsjunkie.com/bitcoin-usd-finishes-2011-up-1473-percent/
Wikimedia New York accetta donazioni detraibili in bitcoin:
http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Wikipedia_Signpost/2012-01-09/News_and_notes
Virtual Private Network:
http://it.wikipedia.org/wiki/Virtual_Private_Network
Tor:
http://it.wikipedia.org/wiki/Tor_%28software_di_anonimato%29






giovedì 15 dicembre 2011

Gutenberg 2.0 La seconda release dell'alfabeto


L'ebook non ammazzerà il libro, d'accordo. Però sta cominciando a su­perarlo, almeno in America, dove già da aprile il principale rivenditore, Amazon, vende 105 ebook ogni cento libri di carta. Quest'anno il mercato ebook americano ha quasi raddoppia­to i profitti (+170%, pari a 164 milioni di dollari, mentre il mercato “di carta" ne ha perso un quarto (-25%, 442 mi­lioni di perdite). Ma non sono solo gli editori "elettro­nici" a fregarsi le mani. Anche per pa­recchi autori, almeno i più fortunati, i tempi si annunciano d'oro. Ben quattordici (a par­tire da Stieg Lars­son) di loro hanno rag­giunto e supera­to il traguardo del milione di ebook venduti. E - dato assai interes­sante - alcuni l'hanno raggiunto senza bi­sogno di editori, mettendosi sul mer­cato da indipendenti con strumenti come il Kindle Direct Publishing.

E' il caso di John Locke che scrive gialli e Amanda Hocking, storie di vam­piri per ragazzi.
Alla fine 2011 gli ebook reader, cioè quelle macchinette che vi permettono di portarvi qualche migliaio di libri nella ta­sca del giubbotto, saranno circa ventidue milioni (il 73% Kindle di Amazon); l'an­no scorso erano undici milioni. Per i 2012, Digitimes Research ne prevede 29 milioni, con una crescita del 34%, parti­colarmente forte in Europa (soprattutto la Gran Bretagna).
Sempre Digitimes Research, segnala che l'abbassarsi del prezzo medio dei ta­blet porterà il Kindle più economico a 49 dollari.
Ai primi di dicembre il Kindle è arri­vato con i suoi stores in Italia e in Spa­gna, mercati che si aggiungono a quelli di lingua inglese, francese, tedesca e por­toghese. I titoli però finora sono quasi esclusivamente in inglese (quasi un mi­lione), gli ebook in italiano sono appena sedicimila. Cifra non trascurabile, ma molto sottodimensionata rispetto alle po­tenzialità della tecnologia.
Può darsi che anche in Italia, però, i ti­toli si moltiplichino grazie all'avidità :-) degli autori che da un paio di settimane hanno il direct publishing: puoi vendere il tuo libro in proprio, tramite Amazon, e se lo vendi a un prezzo fra i e i dieci dol­lari (2,60-8,69 euro) la tua percentuale sulle vendite è di un bel settanta per cen­to.
Un mercato fondamentale probabil­mente sarà quello delle scuole. In Sud Corea (dove testi elettronici nelle scuole sono diffusi già da tre anni) il governo sta investendo massicciamente per rendere disponibile l'intero catalogo in Cloud entro il 2015.
(Parentesi: prima di Gutenberg i tipo­grafi c'erano già, in Cina; Gutenberg ebbe successo perchè la gente voleva leggersi la Bibbia a casa sua e senza pre­ti. Per dire che una tecnologia nuova - o anche nuovissima come in questi casi - da sé non basta se non incontra i bisogni, magari inespressi, delle persone).
* * *
Nastri, cassette e Cd praticamente non ci sono più. Internet, mp3 e Napster li hanno fatti fuori e le mayor discografiche ora piangono i tre quarti dei loro utili, dopo aver cercato di fermare l'ondata con le dita, con la battaglia (patetica) sul co­pyright. E in questo preciso momento, in America, gli agenti di alcuni degli scrit­tori più di successo stanno minacciando i rispettivi editori di migrare su Amazon se non gli si migliora il contratto. Barnes & Noble, la principale catena di librerie de­gli Usa, dice che entro due anni tutte le librerie "dovranno adattarsi all'esistenza degli ebook". Un modo gentile di dirlo, visto che molte librerie tradizionali han­no già chiuso e che la stessa Barnes & Noble da tempo vende massicciamente ebook.
* * *
Da un punto di vista tecnico, l'antenato lontano è il lavoro del MIT negli anni ot­tanta, ma la la rivoluzione è avvenuta po­chi anni fa, con la tecnologia E-Ink. Già nel 2007 gli aggeggi avevano una resa si­mile alla carta stampata e un uso ugua­le: niente illuminazione interna (al buio devi avere un abat-jour), niente sforzo visivo, consumo di elettricità pari a zero (la bat­teria si consuma solo nel cambio pagina); l'unica differenza col libro è la possibilità di ingrandire i caratteri quan­do si vuole.
Non si tratta di un monitor (come in computer, tablet o smartphone) ma di un'altra cosa: inchiostro elettronico, ap­punto. Infatti qualcuno crede, vedendolo in vetrina, che ci sia un cartoncino stam­pato messo sopra. I migliori lettori hanno la tecnologia Pearl (Sony, Kindle, Cy­book Bookeen), i peggiori (Leggo, Bi­blet, Asus) hanno la SiPix o roba anterio­re.
Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli e qual­che altro editore italiano hanno ebook in catalogo da meno di un anno: qualche centinaio di titoli, senza troppa convin­zione. Adelphi arriva ora, con una trenti­na di titoli a basso prezzo. Tutti usano si­stemi di (presunta) protezione "bucate", che peraltro danno più limitazioni a chi compra l'originale. Apple su iTunes li ha dovuti togliere, visto che Google music e Amazon (per la musica) ne fanno a meno. Sul prezzo da noi c'è un'Iva del 21% (fra poco 23%), come prodotto in­formatico, e non del 4% come per i libri di carta.
In Italia un buon sito è Simplicissimus, ottimo forum, ebook in vendita e a noleggio, un sistema di autopubblicazio­ne (Narcissus) con cui puoi vendere onli­ne su Feltrinelli, Ibs, ebook.it, e ora an­che Amazon.it.
Per i giornali la situazione è più com­plicata, gli accordi con Apple e Google non hanno dato i risultati sperati (perchè pagare per ciò che i siti danno gratis?) ma la strada è quella. Anche se contenuti e prezzi non sono proprio ideali, e forse persino l'hardware non è molto adatto, visto che altrove si vedono già ebook-reader a colori, sempre con inchiosto elettronico ma con tecnologia Triton.
* * *
Puoi vendere il tuo libro dal tuo sito, senza intermediari, utilizzando una mo­neta elettronica come Bitcoin, scavalcan­do sia le vetrine fisiche delle librerie che quelle virtuali di Amazon o Lulu.com. Non è detto che sia la scelta migliore, già adesso: ma certo è che il futuro ha taglia­to fuori sia le case editrici che le compa­gnie discografiche. Chi se lo può permet­tere, come i Radiohead che campano di concerti, può regalare album in alta qua­lità e chiedere donazioni. I mammiferi andranno con Simplicissimus e Amazon, i dinosauri con la Siae (il cui commissa­rio straordinario fa novant'anni in questi giorni. Auguri).
E il futuro? Per l'anno prossimo piove­ranno nuove guerre di copyright, e una proposta di legge americana (Stop online piracy act, "Sopa") per far pagare a siti e provider i file pirata messi dagli utenti. Una vecchia fissazione franco-italiana, regolarmente bocciata fra l'ilarità della rete. In Svezia invece c'è (e prende voti) un Partito Pirata, e in Svizzera la "pirateria" e abbastanza tollerata, susci­tando le ire dei discografici italiani (la Fimi) che paragona i pirati - e i loro complici svizzeri - a Bokassa e a Bin La­den.
Ma queste sono bazzecole. Il problema serio (Cina e cinesizzanti a parte: cioè buona parte di imprenditori e governi) è l'embargo economico con cui le varie banche, ma anche Paypal, aiutano a eli­minare i siti scomodi impedendogli le donazioni elettroniche degli utenti. Wikileaks, per esempio, la stanno stran­golando così.
Questo sarebbe già un buon motivo per riflettere seriamente su chi gestisce l'eco­nomia su internet (e, a dire il vero, anche sul resto del pianeta) e cominciare a usare, per esempio, il Bitcoin.